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Artrosi cervicale: si può fare qualcosa? Cause, sintomi e approccio chiropratico

Artrosi cervicale: si può fare qualcosa?

Arriva il referto della radiografia. Tra i termini tecnici compare la parola “artrosi”. Il pensiero che segue è quasi sempre lo stesso: ormai è fatta, il collo è consumato e andrà solo peggio.

Molte persone escono da quella visita con la sensazione che non ci sia molto da fare se non prendere antinfiammatori quando il dolore aumenta e aspettare.

In realtà c’è un pezzo di storia che quella radiografia da sola non racconta: l’artrosi cervicale descrive ciò che è successo all’articolazione nel tempo, ma non spiega necessariamente perché sia successo né cosa si possa ancora fare.

L’artrosi cervicale è davvero solo una questione di età?

È la spiegazione più comune. E in parte è vera: con il tempo le articolazioni si usurano. Ma c’è qualcosa che non torna in questa spiegazione, ed è visibile sulle stesse radiografie.

Se il tempo fosse l’unica causa, l’usura dovrebbe essere distribuita in modo uniforme su tutte le vertebre cervicali. Invece succede spesso il contrario: una o due articolazioni mostrano un’usura importante, mentre quelle vicine sono conservate. Stessa persona, stessa età, vertebre diverse.

Questo suggerisce che, oltre al tempo, esista un altro elemento: il modo in cui l’usura viene ripartita sulla colonna nel corso degli anni.

Lastra alla cervicale

Perché una zona si consuma più delle altre? Pensa alle scarpe

Guarda la suola delle tue scarpe. Se si consumano in modo uniforme, il peso è distribuito correttamente. Se un lato è più consumato dell’altro, c’è qualcosa nell’appoggio del piede o più in alto, nell’anca o nel bacino, che distribuisce il carico in modo asimmetrico.

Comprare scarpe nuove risolve l’usura già presente? No. La nuova suola si consumerà nello stesso modo finché la causa a monte non viene valutata e corretta.

La colonna cervicale funziona con la stessa logica. Un carico asimmetrico prolungato nel tempo lascia tracce precise e quasi sempre localizzate.

    L’artrosi è spesso il risultato di questo processo, non il suo punto di partenza. Trattare solo il dolore senza valutare la meccanica della colonna è come cambiare continuamente la suola senza mai correggere l’assetto.

    Perché compaiono i becchi ossei

    Gli osteofiti (i cosiddetti “becchi ossei”) compaiono spesso insieme all’artrosi e generano molta preoccupazione. In realtà sono una risposta dell’organismo a uno stress meccanico prolungato.

    Quando una zona della colonna riceve per anni un carico mal distribuito, il corpo prova ad aumentare la superficie di appoggio dell’articolazione per gestire meglio quel peso. Gli osteofiti sono il risultato di questo tentativo di adattamento.

    Non compaiono per caso, e non compaiono nello stesso modo in tutti. Per questo due persone della stessa età possono avere radiografie molto diverse: non è solo questione di anni vissuti, ma di come quegli anni sono stati distribuiti sulla colonna.

    Perché alcune persone hanno molta artrosi ma poco dolore

    È uno degli aspetti che crea più confusione, e che vale la pena chiarire: artrosi cervicale e dolore non sono la stessa cosa.

    Molte persone presentano segni importanti di artrosi su una radiografia senza particolari sintomi. Altre hanno alterazioni modeste ma convivono con dolore, rigidità e limitazione dei movimenti ogni giorno.

    Il dolore dipende da quanto le strutture vicine all’articolazione usurata sono infiammate, da come i nervi locali reagiscono, e da come la colonna sta funzionando in quel momento. Una radiografia mostra l’usura, ma non dice quasi nulla su questi fattori.

    È il motivo per cui guardare solo le immagini non è sufficiente per capire come sta realmente lavorando il collo di una persona.

    Il punto che fa male non è sempre quello da correggere

    Il corpo cerca continuamente di mantenere l’equilibrio. Quando un’articolazione perde parte della sua mobilità, quelle vicine devono aumentare il proprio lavoro per permettere al collo di continuare a muoversi. Sono spesso queste strutture che, lavorando troppo, diventano dolenti e usurate.

    Pensa a un ufficio in cui il reparto è composto da quattro persone. Due si assentano per un mese. Le altre due non si fermano: coprono il lavoro di tutti, fanno gli straordinari, tengono in piedi il reparto. Ma dopo settimane o anni di questo ritmo, anche loro iniziano a cedere, si ammalano e inevitabilmente non rendono piu come prima.

    In quel momento, la tentazione è concentrarsi su chi è rimasto e sta soffrendo. Ma la vera domanda è un’altra: perché gli altri due non stanno lavorando?

    Nella colonna funziona allo stesso modo. Il disco più usurato che compare sulla radiografia può essere, in alcuni casi, quello che ha fatto gli straordinari più a lungo non necessariamente quello che ha causato il problema. Trovare l’articolazione che si è fermata per prima è spesso la chiave per capire da dove partire

    L’immagine che uso spesso con i miei pazienti è quella di una squadra. Se un componente smette di lavorare, gli altri coprono il suo turno. Con il tempo, sono proprio loro ad affaticarsi. Aiutare solo chi è stanco non risolve il problema: bisogna capire chi si è fermato per primo e perché.

    Come si valuta l’artrosi cervicale con l’approccio chiropratico

     

     

    L’obiettivo non è “trattare l’artrosi” poiché l’usura già presente non si cancella. L’obiettivo è valutare come la colonna sta funzionando oggi, individuare dove il carico non viene distribuito correttamente, e capire se è possibile migliorare la meccanica complessiva.

    Nel Metodo Gonstead questo processo include una valutazione clinica attenta di ogni segmento vertebrale, una rilevazione strumentale delle asimmetrie di temperatura lungo la colonna ( che indica dove i tessuti sono sotto stress ) e quando necessario, radiografie eseguite in posizione eretta, perché è sotto il peso della gravità che la colonna lavora ogni giorno.

    Questa analisi permette di distinguere le zone che stanno compensando da quelle che meritano attenzione diretta, una distinzione che, in presenza di artrosi, è particolarmente importante per non intervenire nel posto sbagliato o con superficialitá.

    Allora si può fare qualcosa?

    Sì ,anche se è importante essere chiari su cosa significa “fare qualcosa” in presenza di artrosi.

    L’usura già presente non torna indietro. I becchi ossei non scompaiono. Non è questo l’obiettivo.

    Quello che in molti casi è possibile fare è migliorare il modo in cui la colonna distribuisce il carico, ridurre l’infiammazione nei tessuti circostanti, e recuperare parte della mobilità perduta. Quando questo accade molte persone riferiscono una riduzione del dolore, della rigidità e una migliore qualità della vita nelle attività quotidiane.

    Convivere con l’artrosi cervicale non significa necessariamente convivere con il dolore. Dipende da come la colonna sta funzionando e quello, in molti casi, è qualcosa su cui si può assolutamente lavorare.